— michele cantarelli blog

L’11 settembre 2001

Thomas HoepkerProbabilmente è la data più (tristemente) nota della storia contemporanea. 3000 persone circa persero la vita a New York in quel giorno, più di quante fossero coinvolte in tutti gli altri attentati terroristici messi insieme.
E il numero avrebbe potuto essere di molto superiore se consideriamo che 50.000 newyorchesi lavoravano presso il World Trade Center, sede di quasi 350 aziende e visitato da circa 100.000 individui al giorno.

Per la prima volta aerei civili furono usati come vere e proprie armi di sterminio di massa e quella strage fu seguita praticamente in tempo reale dagli Americani e dal resto del mondo, grazie ad un fenomeno mediatico che ha amplificato la portata dell’atto terroristico. Le immagini delle torri in fiamme, del secondo aereo che si infila tra il settantacinquesimo e l’ottantacinquesimo piano della torre sud, del collasso definitivo rimarranno indelebili nelle nostre menti e nei nostri cuori.

Ma ce ne è una, c’è una fotografia forse meno nota ai più, ma certamente una delle immagini più famose di Thomas Hoepker, che é quella che forse più mi sconvolge, quella che più mi disturba. Un gruppo di giovani in primo piano che chiacchierano rilassati e sullo sfondo le torri che collassano, in un contrasto fortissimo, surreale che rende l’immagine iconica di una moderna società mediatica che ti permette di osservare da lontano e in tutta comodità le tragedie degli altri.

E pensare che quella foto é frutto di un errore di valutazione, per così dire.
“Mi ero appena seduto a fare colazione quando squilló il telefono” ricorda il fotografo tedesco. “Era la direttrice editoriale di Magnum, Rebecca Ames. Erano passati più o meno cinque minuti dall’attacco del primo aereo. Rebecca vive a Brooklyn e dalla finestra di casa sua vedeva uscire del fumo dal World Trade Center. Era completamente sconvolta e io non riuscivo a credere alle sue parole. Poi accesi la TV (…) vidi il secondo aereo colpire in diretta l’edificio e per un istante mi sentii completamente inerme. A un certo punto si comincia a pensare da professionisti e mi dissi devi fare qualcosa, devi semplicemente uscire e metterti a scattare.”

Così Hoepker si mise in auto, ma già all’altezza di Second Avenue risultò chiaro che era impossibile spingersi attraverso la città fino a Downtown Manatthan. Allora decise di imboccare il Queensboro Bridge, scelta che si rivelò presto errata. “Ero intrappolato dall’altra parte dell’East River e non potevo tornare indietro verso Manhattan. Quindi scattai la maggior parte delle mie foto da Brooklyn e camminando su e giù lungo il Manhattan Bridge”.
(Fonte: Hans-Michael Koetle, 50 icone della fotografia, Taschen)


ph Thomas Hoepker
 
miniatura: © Birgit Kleber, Thomas Hoepker, 2011
 


2 comments
  1. Michele Cantarelli says: 11 Settembre 201308:37

    Grazie Michele per il tuo graditissimo approfondimento.

  2. Michele Smargiassi says: 11 Settembre 201308:19

    La storia di questa fotografia però continua. Hoepker non la pubblicò nel suo libro sull’11 settembre, disturbava anche lui, la trovava “sconveniente”. Uscì solo cinue anni più tardi e causò comunque polemiche, molti stigmatizzarono come prevedibile quello che questa foto sembra mostrare, una specie di picnico con vista sull’orrore, ma i protagonisti di quella foto si ribellarono a loro volta a quella immagine, o meglio alla sua interpretazione, chiesero cosa avrebbero potuto fare, isolati a Brooklyn, se non guardare (come faceva tutto il mondo) quello spettacolo terrificante e discuterne con gli amici, le persone care. La storia di questa fotografia dimostra i limiti della fotografia nel rappresentare con un istante di esteriorità le emozioni umane.

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