— michele cantarelli blog

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Sulla Fotografia

Sono d’accordo.
Leggere un libro fotografico, toccare e sentire l’odore della carta stampata, vederlo lì nel ripiano della libreria è decisamente più romantico che sfogliare fotografie su un freddo pezzo di plastica, vetro e alluminio 18×24.

Il tablet non nasce per i sentimentalismi ma l’appagamento è massimo, ve lo assicuro. Io mi sono comprato un iPad 1 quando era già uscito il 2 e ho risparmiato diversi soldi. Per iniziare ho deciso che andava bene così.

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Voi che avete speso oltre 150 anni di tempo a decidere se la fotografia dovesse essere arte o no, piuttosto che a unirvi e tutelare il vostro operare.
Voi che siete gli eredi di una storia nata tra una collaborazione finita tra rivendicazioni.
Voi che non condividete e non formate per difendere il vostro piccolo e misero orticello che sarà destinato a rimanere tale.
Voi che svalutate ciechi e snobbisti il nuovo modo di essere del fotografico, piuttosto che farvene una ragione.
Voi che disapprovate e condannate chi non capisce ciò che voi per primi non capite.

Ma quanto siete coglioni fotografi?

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Il senso comune vuole che un buon ritratto debba rappresentare ciò che è realmente la persona ritratta. Ma è un non sense!
Prima di tutto la pretesa di individuare se non addirittura definire com’è “realmente” un individuo è tanto common sensical quanto utopistica. Laddove si voglia tentare, l’indagine va senz’altro confinata ad una specifica dimensione transitoria temporale e ambientale così complessa che persino l’autoanalisi su sé stessi porta a risultati spesso ambigui e comunque basati sulle convinzioni.

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Cosa può fare un uomo di quarant’anni suonati che rientra felicemente appagato da una nottata ebbra e goliardica in compagnia degli amici di una vita? Due cose: giocare a Fifa con la Playstation o scrivere. E io scrivo, ascoltando trip-hop, ben inteso. Scrivo di ciò che sento, di ciò che amo. E nel mio caso è fotografare la musica. Non la musica dei Massive Attack che mi svenerei per sentirli dal vivo, evidentemente. Ma senza fotocamera.
E’ il jazz che voglio fotografare. Io non sono un intenditore di musica jazz, ho imparato a conoscerla perché la fotografo da sette anni.

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Entro nell’annosa questione photoshop sì photoshop no. È un po’ che ci sto meditando e la mia convinzione, riferendomi con ciò ad aspetti formali e non anche sostanziali ai fini d’inganno, è sempre la stessa: photoshop si!
Non perché io sia particolarmente affascinato dalle elaborazioni grafiche ed estetiche dell’immagine, le mie fotografie non sono quasi mai profondamente modificate rispetto allo scatto, ma semplicemente perché ritengo che il problema non si ponga.
Ebbene sì, l’annosa e irrisolvibile questione che divide gli animi in tutto il pianeta finanche a contrapporli io ve la risolvo così, con presunzione e con qualche riga su un blog appena nato e seguito da cinque gatti me compreso: il problema non si pone.

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Cosa mi succede quando sono seduto davanti allo schermo del mio computer e metto mano alle mie foto? Non quando lavoro, non alle 11 di mattina, non quando l’impegno toglie passione. La passione quella che mi trascina c’è durante la notte, quando la città dorme o almeno fa credere e lo faccio semplicemente perché lo desidero. Mi prendo immagini scattate qua e là. A volte leggo, guardo film, condivido i piaceri della carne o dormo. Ma svagarmi con le mie foto per il gusto di farlo è diverso. Non è più e non è meno, è semplicemente un’altra cosa. Esaltazione. È questo quello che sperimento quando ozio con le mie immagini e ne trovo di buone.

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