— michele cantarelli blog

Elaborazione per immagini più vere

 

Entro nell’annosa questione photoshop sì photoshop no. È un po’ che ci sto meditando e la mia convinzione, riferendomi con ciò ad aspetti formali e non anche sostanziali ai fini d’inganno, è sempre la stessa: photoshop si!
Non perché io sia particolarmente affascinato dalle elaborazioni grafiche ed estetiche dell’immagine, le mie fotografie non sono quasi mai profondamente modificate rispetto allo scatto, ma semplicemente perché ritengo che il problema non si ponga.
Ebbene sì, l’annosa e irrisolvibile questione che divide gli animi in tutto il pianeta finanche a contrapporli io ve la risolvo così, con presunzione e con qualche riga su un blog appena nato e seguito da cinque gatti me compreso: il problema non si pone.

I fautori del photoshop no (in questo senso photoshop sta a tutti i programmi di postproduzione fotografica come iPod sta a tutti i lettori portatili di musica), almeno quelli che conosco io sostengono chi più animosamente chi meno che se l’immagine è lavorata non è più vera, non è più reale. Intanto lasciatemi fare una distinzione terminologica personale che pongo alla fine della comprensione del mio pensiero successivo: reale è ciò che è percepito dai sensi, quindi ciò che vedo quando riferito al fotografico (o meglio ciò che vedono i miei occhi), vero è ciò che la mia mappa mentale condizionata da filtri sociali e individuali, quindi valori e convinzioni principalmente, ritiene conforme al proprio e soggettivo senso della verità.
Quindi per farla breve, la verità è un concetto soggettivo che insiste nel campo delle rappresentazioni e di conseguenza della soggettività: una foto sarà vera per me e non per qualcun’altro indipendentemente da photoshop.

E invece la realtà? Se uso photoshop la mia immagine non è reale? O comunque si discosta dalla realtà? Non ho dubbi che la foto non è reale, ma, devo insistere, photoshop non c’entra.

L’immagine seppur così come nasce, cioè tanto per intenderci il RAW nel digitale, il negativo nell’analogico, non è mai la realtà, ma è piuttosto una rappresentazione della realtà. Lo sa bene chi non si fa fregare dal retaggio storico indotto dagli scopi con cui è nata o meglio si è inizialmente sviluppata la fotografia. L’intenzione documentaristica ha trovato nella fotografia un interprete che per ovvie ragioni non poteva trovare nella pittura. E questo ha fatto inconsciamente e incoscientemente dimenticare a moltitudini di persone che la fotografia è soltanto una interpretazione della realtà, mediata prima di tutto da un limite invalicabile della fotografia: i margini. Il fotografo quando “risolve” una scena, per citare un termine che mi piace utilizzato da Stephen Shore nelle descrizione dell’inquadratura come elemento del linguaggio fotografico, decide cosa mettere dentro e cosa eliminare e opera già un primo sostanziale scostamento dalla realtà. E poi ci sono gli altri elementi della grammatica visiva che determinano l’intenzione espressiva del rappresentante producendo un risultato finale che insiste nel campo della rappresentazione e non nella realtà stessa.

Ma c’è di più. Ipotizziamo di prescindere con una forzatura dalla mediazione dell’interprete (il fotografo) e immaginiamo di scattare un’immagine digitale il più possibile vicina alla realtà. L’immagine digitale è il risultato di un impulso elettrico tradotto attraverso elaborazioni matematiche in una immagine finale fatta di forme e colori. Ma chi è che è lavora sui software di traduzione? Cioè se scattate aprioristicamente con l’intenzione di non effettuare nessuna elaborazione post-scatto e magari scattate in jpeg con determinate impostazioni di colore, contrasto, saturazione, d-lighting, per non parlare della conversione on-bord in bianco e nero, da chi dipende quella traduzione? Da voi certo per come decidete i settaggi formali, ma anche da chi ha implementato a monte quei stessi settaggi. Cioè la vostra foto dipende quindi da voi e, riferendomi ai produttori che coprono il 90% del mercato fotografico anche da un tecnico giapponesino che si addanna per restituire un file finale che sia il più conforme alle tendenze stilistiche del momento. Alla faccia della realtà!

Qualcuno dice ecco perché odio il digitale! Con la pellicola non era così, lì c’era un elemento sensibile direttamente alla luce e la scena veniva registrata così come era nella realtà. Sempre prescindendo dalla mediazione della grammatica visiva imposta dal fotografo però mi viene in mente che esistevano ed esistono diverse pellicole che restituiscono un effetto estetico molto diverso, a volte diametralmente opposto.

D’altro canto la manipolazione successiva allo scatto è sempre esistita ben prima che nascesse l’epoca del digitale. Nei suoi diari Edward Weston in una trascrizione del 7 dicembre diceva “Le mie giornate trascorrono abbastanza monotone nel tentativo di trasformare una vecchia signora americana, con una mantellina nera, in una senorita spagnola, e impiegando talvolta ore per fare dei ritocchi.”(1) L’anno era il 1923 per la cronaca. E leggetevi questa trascrizione del 13 agosto 1924: “ Dopo aver faticato per diverse ore ho finalmente ottenuto una buona stampa dal negativo della Valle de San Juan Teotihuacàn. Non ho sprecato tanta carta come per le precedenti ma ho fatto infinite prove per il tempo e il contrasto. Volevo ottenere la massima brillantezza delle nuvole, e nello stesso tempo riuscire a mantenere tutti i dettagli. L’aggiunta di bicromato al rilevatore – ha reso il cielo scuro, come fosse troppo corretto. Tuttavia ho pensato che non ci fosse altro modo di rendere quelle nubi bianchissime contro un cielo blu intenso se non uno sfondo scuro molto contrastato”(2). E infine il 13 maggio del 1926 scrive “Proprio mentre la luce stava venendo meno e io non avrei più continuato a lavorare ho dato l’ultimo tocco di inchiostro cinese su una ruga indesiderata, terminando così l’ordinazione di mille pesos” (3).

Ma qui il post sta prendendo una piega che è ora il momento di declinare in modo pragmatico.
E allora ecco il caso. I miei occhi vedono una scena che il collegamento neuronale (quindi ecco un altro filtro) ritiene reale. Decido il punto di vista, (2° filtro), inquadro la scena (3°) filtro) stabilisco una coppia tempo/diaframma per l’esposizione (4° filtro) decido su quale piano focale mettere a fuoco (5° filtro) e poi scatto il pulsante della la mia fotocamera che è stata impostata dal famoso giapponesino per tradurla in immagine (6° filtro). La realtà è un’altra cosa. Ed ecco che arriva il momento in cui il titolo di questo articolo acquisisce un senso, almeno per il sottoscritto. Apro il file con Photoshop, ritaglio, desaturo, applico un po’ di maschera di contrasto e magari mi faccio un bell’effetto bleach by pass se non di cross processing (tutte tecniche peraltro mutuate da procedimenti applicati all’analogico).
L’immagine che ottengo non è reale e non lo era già prima. Ma quell’immagine è sicuramente più vera per l’interprete. Alla faccia del giapponesino!

(1) Edward Weston, Ritratti al vivo, 1999
(2) ibidem
(3) ibidem


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