— michele cantarelli blog

Ritratti full HD

Come in tutti gli altri ambiti fotografici il fotografo esprime più o meno coscientemente e consapevolmente qualcosa ritraendo una persona.

Indipendentemente da ciò bisogna distinguere tra le situazione di committenza commerciale e quelle di ricerca, cioè il caso in cui il lavoro venga commissionato e dettato con linee guida più o meno vincolanti e il caso in cui il fotografo lavori senza condizionamenti di terzi.

Riferendomi al settore della musica, nel primo caso il messaggio dovrà andare incontro alle esigenze dell’artista che sono sostanzialmente quelle della vendita del prodotto musicale o comunque della promozione artistica. Il che tradotto significa interpretare ciò che la gente vuole, o meglio ciò che “impressiona” la gente. Per chi non ricerca qualcosa di specifico, che per la verità in questo settore non è frequentissimo, una copertina può indirizzare la decisione di acquisto.

Il jazz negli ultimi anni si sta imbastardendo, passatemi il termine, sia nella sostanza e di conseguenza nella forma promozionale legata all’immagine. Non giudico questo giusto o sbagliato, semplicemente è facile constatare come l’immagine del pop e del rock sia stata trainata dalle forme espressive della televisione e della moda e come il jazz negli ultimi anni vada dietro al pop e al rock.

È difficile stabilire fino a che punto siano i bisogni dei fruitori a dettare le scelte promozionali e quindi anche relative all’estetica dell’immagine, piuttosto che il mercato a creare i gusti popolari. Fatto sta che lo stile espressivo che oggi sembra andare per la maggiore nel settore del jazz assomiglia parecchio a quello della moda.

I distributori discografici e le stesse riviste propongono immagini dei musicisti che ispirano sempre più spesso un senso di ideale-irreale, calato in contesti a dir poco improbabili come zone industriali, strade, praterie, costruzioni dismesse con inquadrature provocanti, a volte iperboliche ad affermare, o tentare perlomeno, la “divinità” del personaggio. Moda appunto. Sfogliate una rivista di moda e una di musica e trovate le (non) differenze.

Stilisticamente quindi sotto con bleach by pass spesso estremi (tecnica derivata dal cinema guarda un po’ il caso…), nitidezza e patinatura da record (il full hd e i 3D vi dicono qualcosa?), sgrandangolate in faccia al soggetto o sugli strumenti, ipercontrasti sul b/n.

D’altra parte se grandi autori del reportage sociale e di guerra adottano sempre di più la medesima espressività producendo immagini talmente stupefacenti che mi riempiono gli occhi ma non il cuore perché non dovrebbe farlo lo spettacolo che per definizione figurata significa “accentrare su di sé l’attenzione e l’interesse altrui per esibizionismo o fatua ostentazione” (Dizionario della Lingua italiana, G. Devoto, G.C. Oli, 1984)?


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