— michele cantarelli blog

L’utopia del ritratto

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Il senso comune vuole che un buon ritratto debba rappresentare ciò che è realmente la persona ritratta. Ma è un non sense!
Prima di tutto la pretesa di individuare se non addirittura definire com’è “realmente” un individuo è tanto common sensical quanto utopistica. Laddove si voglia tentare, l’indagine va senz’altro confinata ad una specifica dimensione transitoria temporale e ambientale così complessa che persino l’autoanalisi su sé stessi porta a risultati spesso ambigui e comunque basati sulle convinzioni.
Nel fotografico il tentativo è ancora più arduo. La rappresentazione non è mai la realtà stessa, è un modello di essa per definizione filtrato da elementi culturali, sociali oltre che fisiologici e tecnici. Il risultato è ciò che il fotografo vede, o meglio “significa” del soggetto in quell’istante tradotto in immagine attraverso uno strumento e grazie alla luce controllata se non addirittura manipolata dal rappresentante.
Quindi un’immagine che ritrae una persona non è neanche una rappresentazione della persona stessa ma bensì una meta-rappresentazione, circostanziata nel tempo e nell’ambiente, comprendente la relazione soggetto-fotografo (laddove il soggetto ne sia consapevole) e condizionata inevitabilmente prima dal rappresentante secondo la propria mappa e poi dalla traduzione fisica (fissata da individui terzi).
In definitiva a me pare che lo scopo di rappresentare fotograficamente un soggetto per “come è realmente” sia una presunzione utopistica, mentre ritengo che finalità plausibile siano:
– produrre una rappresentazione il più coerente possibile alla propria e personale idea di come esso sia. Che poi questa coincida o meno con l’aspettativa che il soggetto si è fatto su stesso a me non pare decisivo;
– produrre una rappresentazione del rapporto tra sé e il soggetto ritratto, laddove esso sia consapevole del rapporto stesso;
– approfondire la conoscenza di sé stessi.


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