— michele cantarelli blog

Vivere e fotografare

UnknownEra da un bel po’ di tempo che non assistevo ad un concerto come fa chi non va lì per fotografare, ma solo per ascoltare e guardare.

Davanti all’ingresso della tribuna dell’Auditorium a Roma noto un cartello che dice simbolicamente “vietato fotografare”.
Poco prima che gli artisti facciano il loro ingresso sul palco una voce in italiano e poi in inglese prega di spegnere i cellulari e ribadisce che é vietato riprendere lo show. Non faccio in tempo a sorridere che la gente rimbrotta, ride, qualcuno fischia.

Bene, sin qui nulla di nuovo, siamo in Italia, a Roma per giunta.

Finalmente i protagonisti salgono sul palco, scroscio di applausi, poi appena un spot si accende sul leader, popolazioni di attrezzi per riprendere invadono l’auditorium. Reflex, compatte, smartphone soprattutto. Normale penso, il prologo va documentato, gli artisti salutano, si espongono.

Intanto il cartello giù all’ingresso comincia a sentirsi vagamente inutile.

La musica parte, di fianco a me c’è una ragazza che scatta freneticamente quantità smodate di foto usando il flash della fotocamera. Slampate continue, alla ventesima le dico di non usare il flash perchè é inutile da quella distanza, dà soltanto fastidio agli spettatori e agli artisti. Di fronte nugoli di smartphone a fotografare, videoriprendere, qualcuno chiama qualcun’altro e gli fa ascoltare il suono, qualcuno più operoso si spertica con facetime, qualcun’altro ancora scrive sulla tastiera illuminata il post che accompagna la foto. E tutto questo dura fino al secondo bis che chiude il concerto.

Il cartello sotto é mortificato, umiliato, in crisi esistenziale definitiva.

Di fronte a questo fenomeno, sempre più diffuso e dilagante mi interrogo su eventuali rischi che si porta dietro.
Quanto dell’esperienza percettiva e affettiva personale di assistere ad uno show o visitare un luogo per esempio é limitata e condizionata dall’esigenza di lasciarne traccia? Non é che questo bisogno compulsivo di riprendere e condividere la realtà finisca per essere il fine piuttosto che uno strumento di rappresentazione personale e di comprensione più approfondita del mondo in cui viviamo? E in che misura i social media determinano questi rischi?

Forse se quel cartello avesse recitato “fotografa con moderazione” sarebbe passato meno inosservato e il pubblico avrebbe compreso meglio la musica e i suoi autori, e portato a casa una quantità sì minore di fotografie, ma certamente più buone.


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